Schizzo di civiltà

Per la Lega, la religione è una pura questione di territorialismo.
Non si parla di cristianesimo per fede, ma per segnalare un territorio, come dimostra una volta di più la polemica col cardinale Tettamanzi.
In questo senso (e non lo dico per offendere il cattolicesimo, perchè l’offesa è in chi fa, non in chi vede) un crocifisso a scuola non è diverso dallo schizzo d’urina di un cane contro un palo.

All’Aquila e ritorno/3

Oggi voglio fare una pausa buffa.

Un giorno un bimbetto di 6 anni circa mi chiede se posso procurargli un coltello.
Gli dico di no e lui mi spiega che gli serve per lavorare un legnetto.
Lo aiuto a ottenere il risultato che cerca con un sasso e poi sfregando il legno morbido contro lo zoccolo di un marciapiede.
Mi rendo conto che mi sta facendo fare… un coltellino di legno.
Gli chiedo il motivo e mi spiega che è per i lupi.
Mi viene in mente che una delle guardie forestali in servizio al campo mi aveva accennato, un giorno, di un bimbo con la paura dei lupi.
Allora prendo per mano il piccolo Hilbert e lo porto dai forestali. Dico: “Questo bambino è molto preoccupato per i lupi. Si sta anche costruendo piccole armi per difendersi la notte. Vorrebbe sapere se qui ci sono i lupi.” E la guardia entusiata “MA CERTO CHE SI’! SIAMO IN ABRUZZO!”
La cosa buffa è che il bambino non ha praticamente cambiato espressione.

All’Aquila e ritorno/2

Ho deciso di non seguire un ordine rigorosamente cronologico: sarebbe una semplificazione, rispetto agli argomenti che voglio toccare.
Mi viene in mente Mario, che ha una voce così bella da farti restare calmo anche nel delirio della tendopoli.
Può sembrare esagerato parlare di un delirio nei campi, visto che non ho incontrato nessuno che urlasse o si scalmanasse e anzi la prima impressione che ho avuto io stessa della tendopoli era di una calma stupefacente e ho chiesto a diverse persone: ma come fate a restare calmi? Mi hanno risposto tutti la stessa cosa e quasi sempre con la stessa parola: “rassegnazione”.
Però nella rassegnazione della tendopoli cresce davvero un delirio o – se vi piace l’espressione – un sonno della ragione.
Un sonno che ha tante forme.
E’ abulico per qualcuno;
per qualcuno è pieno di speranze che sono solo un modo di accecarsi, per non vedere la realtà, perchè tutto è troppo brutto e reagire a volte sembra impossibile (e spesso il nemico più grande qui è lo Stato, nella forma di una burocrazia che non ti risolve i problemi e che ti impedisce di affrontarli da solo);
per qualcuno è carico di una rabbia odiosa (e non è difficile trovare chi ti dice che “prima non eravamo razzisti”);
per tanti è la depressione.

Io però non vorrei che chi legge pensasse che in fondo questo capita all’Aquila per via degli aquilani.
Non è così.
E’ consolatorio credere di vivere in una condizione diversa,pensare che “noi saremmo padroni del nostro destino” ma se un terremoto arriva o un’altra calamità (e forse basta anche molto di meno) facilmente si può ottenere lo stesso risultato o qualcosa di simile un po’ dovunque.
Primo Levi diceva che il male è la sola cosa che può nascere dal nulla: basta non fare e non dire; ma proprio questo sta accadendo all’Aquila. Certo: arrivano aiuti e la quantità di volontari è sconcertante.
Capisco anzi che molti, essendo stati lì volontari una settimana (una settimana è la durata normale per molti corpi di protezione civile), si sentano oltraggiati da quanto scrivo.
Questi volontari hanno la loro parte di ragione, ma devono concedere anche di riconoscere una parte di torto di cui sono – sia pure – in massima parte irresponsabili per le loro personali azioni, ma a cui sono legati, perchè l’ingiustizia è nel sistema cui hanno dato un corpo e un volto (spesso indossando una divisa).
Infatti il terremoto dell’Aquila viene gestito come una crisi quotidiana e questo è devastante quanto il terremoto stesso.
Il terremoto ha distrutto gli edifici e ucciso centinaia di persone, ma la gestione del terremoto mina alla base il concetto stesso di società.
Un volontario non accettava l’idea stessa di un diritto in capo ai terremotati, su questioni fondamentali di libertà. Mi vietò di muovermi dentro e fuori le tendopoli e di consegnare (con l’ausilio tra l’altro dell’azienda municipalizzata aquilana) dei libri, che peraltro il volontario stesso visionò e riconobbe “innocui”, essendo dei classici, dei gialli, dei fumetti di Nick Raider.
Mi diede un motivo che gli dimostrai – con la pacatezza di un avvocato lecchino – infondato e chiuse il discorso dicendo: “il motivo non glielo posso dire. Ma lei non può entrare”.
Gli chiesi allora quale fosse la differenza tra una tendopoli e un campo profughi. Ho visto imbarazzo, ma anche l’ostinata intenzione di non prendere in considerazione il problema.
Si dirà “ma un solo volontario non è un esempio rilevante”. Allora cercherò, dal complesso di questi scritti, di dimostrare come l’atteggiamente fosse palesemente diffuso e sia pure in sfumature più sorridenti.
Ecco in cosa sta il “nulla” che rode l’Aquila: la protezione civile pensa di portare aiuti umanitari, ma questi aiuti finiscono di essere in secondo piano (per non dire strumentali) rispetto ad un controllo di sicurezza pubblica.
Un controllo, peraltro, largamente esagerato, se l’esigenza è di tutelare la sicurezza dei residenti… mentre il discorso cambia se il timore è la libera manifestazione di dissenso nei confronti della gestione che la protezione civile stessa dà alla cosiddetta emergenza (che perdura ormai da oltre 5 mesi).
Detto in altri termini, si dà un cibo (scadente) ed un tetto (di stoffa), ma nello stesso tempo si limitano in maniera incredibile, per uno stato di diritto, le libertà fondamentali.
L’errore è assurdo e gli effetti sono potenzialmente devastanti.
Prima di tutto gli aquilani hanno diritto ad un intervento da parte dello stato: giuridicamente, aver pagato le tasse (come complesso della comunità) implica anche l’assunzione di una assicurazione sociale. Assicurazione di cui ora hanno il diritto di beneficiare.
Può sembrare una qualificazione senza importanza, un sofisma giuridico, ma non lo è.
Anzi è importante capire che non c’è motivo per un aquilano che usufruisce della mensa, di dire “per favore” e “grazie”, più di quanto abbia motivo di dire così chi va alla sua Asl a ritirare gli esami del sangue.
Certamente è giusto e normale dire “Buon giorno, per favore vorrei ritirare gli esami, grazie”, ma è fondamentale ricordarsi bene che tale prestazione non è favore che viene concesso, ma un diritto che si può pretendere. Lo stesso vale per i pasti o per le tende fornite alle persone che subiscono una calamità.
In effetti, in cosa si giustifica l’esistenza di uno stato, se non garantisce i servizi essenziali?
Ma allora, si dirà, lo stato sarà anche obbligato ad aiutare, ma i volontari no.
E’ vero, ma – da un lato – il numero dei “volontari” non pagati è molto più ridotto di quanto non si creda, penso ad esempio ai volontari della croce rossa militare, ma anche ai “volontari” pagati dai comuni, come la mia città (e sul rispetto dei principi di trasparenza e buona amministrazione, nelle procedure specifiche non voglio soffermarmi, ma diciamo in generale che molti “volontari” possono pensare alle catastrofi come ad un’insperata fortuna, come mille euro per studenti normalmente privi di reddito, in cambio di una permanenza estiva).
Dall’altro lato se di volontari c’è bisogno, la “défaillance” non è dei terremotati, ma dello stato. E’ lo stato che non riesce da solo ad onorare i suoi impegni (garantire i servizi essenziali a cinque mesi dal terremoto) e che deve dire grazie.
Mi rendo conto mentre scrivo che questo atteggiamento può sembrare esagerato, ingrato e maleducato.
Però chi mi conosce sa che personalmente non lesino mai un ringraziamento e che il mio piemontese eccesso di cortesia rasenta l’ansiogeno.
Non mi considero neanche una persona ingrata e apprezzo, anche quando di una cosa ho diritto, lo spirito di servizio o di socievolezza di chi ho davanti.
Ma all’Aquila il problema è diverso, perchè, radicalmente, non si sospetta neppure, da parte di molti (sia terremotati che volontari) l’esistenza di un diritto, il fatto che certi servizi e certi beni, semplicemente, non possano essere rifiutati nè alla comunità, nè ai singoli.
Allora tutto diventa un favore.
Ma questo è pericoloso, anzi, pericolosissimo. Perchè, qual è lo stato dove i diritti non esistono ed esistono solo i favori? Lo stato mafioso.
Si è parlato nei mesi scorsi del rischio di infiltrazioni dell’economia mafiosa in Abruzzo per le allettanti commesse della ricostruzione. Ma il pericolo arriva su più fronti e forse il denaro sporco non sarà più pericoloso, per gli aquilani, della mentalità che la protezione civile sta – consapevolmente o meno – importando nelle zone colpite dal terremoto.
Vi sembra che esageri?
Eppure questa è l’essenza della mafia, non la sparatoria: se fosse per le sparatorie, Palermo sarebbe un Eden e questo può vederlo chiunque, ma non contrappongo diritti e favori per caso: faccio riferimento a chi di mafia si occupa da una vita, come don Ciotti, che da tanto insiste con forza su questa necessità, già individuata dal generale Dalla Chiesa: che “lo Stato deve dare ai cittadini come diritto ciò che la mafia dà come favore“.
Mentre Don Ciotti cerca di ottenere questa “rivoluzione” nelle terre da cui origina la mafia, lo stato esporta il modello mafioso in Abruzzo.
Un aneddoto sullo stato di diritto “all’aquilana” dopo il 6 aprile; un giorno ho messo una maglietta di Amnesty International, che diceva “liberi ed eguali in dignità e diritti”: è una citazione dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
Normalmente, direi che l’aspetto più irriverente della maglietta sia la sua chiassosa tinta gialla.
Ma in una tendopoli ti senti polemico a indossare una scritta così, e infatti non c’è voluto molto perchè un’amica mi chiedesse che mi fossi messa in testa.
Mi dice:

Sul regista voglio tornare in un secondo tempo, quando parlerò delle cose del campo che fanno ridere, adesso voglio continuare un po’ con le cose che fanno piangere di rabbia.
Dire che facciamo un favore significa togliere diritti. Lo so che apparentemente conta la sostanza: hanno fame? gli diamo le mense. Hanno freddo? Ci spacchiamo la schiena per montare le tende, per montare le ombreggiature, per portare le stufette.
Ma anche la forma conta e anche la forma è sostanza, in un sistema complesso: perchè, se i diritti diventano favori, i cittadini diventano sudditi.
Perchè, se è un favore che ti faccio (per definizione) non puoi pretendere anche che io agisca in tempi brevi, nè che la qualità del lavoro sia a regola d’arte.
Da questa mancanza di diritti, da questa conseguente mancanza di dialogo (questi “favori” sono troppo calati dall’alto e troppo unilaterali) nasce il male.

[continuerò nei prossimi giorni a spiegare il mio punto di vista]

All’Aquila e ritorno

Sono tornata ieri dall’Aquila, dove sono rimasta un paio di settimane.
Voglio provare a raccontare quello che ho visto perchè il silenzio, davanti ad un simile sfacelo sarebbe una complicità, perchè a cinque mesi dal terremoto il disastro è morale, prima che materiale.
So che non riuscirò a dire tutto, nè nel modo migliore, ma avendo la possibilità di provare sento che devo tentare di spiegarmi, meglio che posso.
Avrei voluto scriverre un po’, giorno per giorno, mentre ero lì, ma il primo impatto con una tendopoli è stato un po’ traumatico e poi c’erano così tante cose da fare e stimoli, che ho deciso di aspettare.
Ora vorrei provare a fissare qualche appunto, mentre mi rendo conto che già sto iniziando un nuovo “periodo”: lo shock del ritorno.
Perchè dopo due settimane in cui puoi scegliere tra: la minestra della croce rossa e la carne della croce rossa o la pasta della croce rossa, le file interminabili di yoghurt del supermercato ti sembrano assurdi e anche una beffa. E lo sai che fino ad agosto quella era anche per te la vita normale e che sarà presto di nuovo la quotidianità, nè sai quale sia il giusto mezzo, ma sai solo che così non va.
Allora voglio provare a scrivere qualcosa, mentre già so che la memoria mi sta tradendo.
Sono arrivata il primo settembre e all’inizio ho visto e soprattutto capito poco delle distruzioni: sono andata quasi direttamente a Centi Colella (una delle tendopoli della città) grazie all’aiuto del fantastico Andrea.
Avevo letto sul blog di Arci Gay un invito a collaborare col Bibliobus. Si tratta di questo: poco dopo il sisma del 6 aprile, le ragazze della libreria Einaudi dell’Aquila, pur essendo state colpite direttamente dal sisma, hanno avuto l’idea di creare un servizio per la distribuzione gratuita ed il prestito dei libri. Con questa idea e grazie alla collaborazione dell’Arci Querencia, hanno coinvolto qualche ente e tante persone. Sono seguiti gli appelli della trasmissione radiofonica Fahrenheit e la disponibilità dell’azienda di autobus dell’Aquila, le donazioni di privati e la collaborazione di volontari, giunti da tutt’Italia.
Quando sono partita non avevo un’idea molto precisa, tanto che temevo di dover guidare l’autobus. In realtà ho fatto un po’ di tutto, tranne guidare.
Il primo impatto con la città è stato un albergo di periferia con bar, pieno di gente in uniforme e che dava su un parcheggio un po’ squallido e su una pompa di benzina. E’ questo genere di spazi che si sono salvatti, all’Aquila e l’unico punto di incontro ancora in piedi è un centro commerciale, “L’Aquilone”.
Dopo un po’ che guardavo la statale e l’albergo, è arrivato Andrea, dolcissimo e gentilissimo, come è stato poi sempre. Come ci riesca rimane un mistero.
Mi ha portata a fare un giro intorno al centro dell’Aquila, per darmi un’idea di quello che era successo e ha incominciato a raccontarmi dell’attività che avremmo svolto al campo.

(Nei prossimi giorni continuerò a raccontare)

Il dolore e la legge

Sui meriti artistici di Pavarotti io non sono in grado di pronunciarmi, ma penso di dovergli qualcosa perchè mi ha dato delle emozioni.
Trovo comunque agghiacciante questo ennesimo show creato sulla morte di un essere umano, strumentalizzato così vigliaccamente, mentre bisognerebbe avere rispetto della sofferenza per la sua malattia e per chi lo ha amato e ora si sente distrutto.
Ho rinunciato a scrivere quando in televisione hanno annunciato:

il funerale di Pavarotti, in diretta su questa rete.

Ma non può esserci alcuno spazio ormai per credere alla buona fede di chi continua a urlare; neppure la devastante ignoranza giuridica dei giornalisti può giustificare la scenetta di ieri, con un notaio che deve andare in televisione ad enunciare l’ovvio, sbandierato come uno scoop giornalistico: per sapere che esiste una quota di eredità assegnata secondo le percentuali sbandierate dalle fonti di informazione sarebbe bastato sfogliare il nostro codice civile.
E’ una regola che dovrebbe essere chiara ai tecnici, ma anche a chi ha un po’ di esperienza di vita e di giornalismo, almeno dagli Anni ’40: si chiama “successione necessaria”.
Nel caso specifico funziona così:

Art. 542.
(Concorso di coniuge e figli)

[…]
Quando i figli, legittimi o naturali, sono più di uno, ad essi è complessivamente riservata la metà del patrimonio e al coniuge spetta un quarto del patrimonio del defunto. La divisione tra tutti i figli, legittimi e naturali, è effettuata in parti uguali.
[…]

La “notizia” (ma in realtà sarebbe comunque un fatto personale e la riservatezza a mio avviso andrebbe rispettata, per umana decenza) sarebbe se ci fosse stato il tentativo di violare od aggirare questa norma.
Così non è a quanto dice il notaio.
Allora domani propongo una sensazionale notizia: al mattino sorge il sole (anche sui giornalisti cretini).

Presunti innocenti, certo

anche i ragazzi

Il che va aggiornato con le scuse alla comunità ebraica e le “precisazioni di Mastella”:

…sono le ultime esternazioni sulla stampa del sacerdote a far discutere. E che lo costringono ad una repentina retromarcia. Dopo aver puntato l’indice contro una presunta lobby ebraica e radical-chic, oggi precisa: “Volevo dire lobby massonica radical chic. Chiedo scusa agli ebrei perché per loro io ho molto rispetto e considerazione”.
[…]
Nel frattempo l’ufficio stampa del ministero della Giustizia sottolinea che il Guardasigilli Clemente Mastella “non ha manifestato l’intenzione di interferire nell’inchiesta”, accusando la stampa di strumentalizzazioni. Ieri Mastella aveva detto di voler essere “vigile per evitare scivolature e aspetti fuorvianti e strumentalizzazioni “di carattere anticlericale”.

Nei giorni scorsi c’era la fila per difendere a spada tratta il sacerdote accusato di reati sessuali. Si parlava addirittura di manifestazioni di protesta
Ricordo che di recente un sindaco che voleva anticipare le spese processuali di un ragazzo accusato di stupro è stato costretto alle dimissioni.

Ri-Aggiornamento

Su gentile segnalazione di donMo:

Purtroppo sono costretto a smentirti. Eh, magari fosse stato costretto alle dimissioni: c’era l’altro giorno una sua intervista sul Corriere della Sera in cui diceva in pratica: per i prossimi 5 anni mi dovrete sopportare, poi si vedrà.
Quindi non esclude neppure la ricandidatura.
Scusa per la smentita e per la brutta notizia:)