All’Aquila e ritorno/2

Ho deciso di non seguire un ordine rigorosamente cronologico: sarebbe una semplificazione, rispetto agli argomenti che voglio toccare.
Mi viene in mente Mario, che ha una voce così bella da farti restare calmo anche nel delirio della tendopoli.
Può sembrare esagerato parlare di un delirio nei campi, visto che non ho incontrato nessuno che urlasse o si scalmanasse e anzi la prima impressione che ho avuto io stessa della tendopoli era di una calma stupefacente e ho chiesto a diverse persone: ma come fate a restare calmi? Mi hanno risposto tutti la stessa cosa e quasi sempre con la stessa parola: “rassegnazione”.
Però nella rassegnazione della tendopoli cresce davvero un delirio o – se vi piace l’espressione – un sonno della ragione.
Un sonno che ha tante forme.
E’ abulico per qualcuno;
per qualcuno è pieno di speranze che sono solo un modo di accecarsi, per non vedere la realtà, perchè tutto è troppo brutto e reagire a volte sembra impossibile (e spesso il nemico più grande qui è lo Stato, nella forma di una burocrazia che non ti risolve i problemi e che ti impedisce di affrontarli da solo);
per qualcuno è carico di una rabbia odiosa (e non è difficile trovare chi ti dice che “prima non eravamo razzisti”);
per tanti è la depressione.

Io però non vorrei che chi legge pensasse che in fondo questo capita all’Aquila per via degli aquilani.
Non è così.
E’ consolatorio credere di vivere in una condizione diversa,pensare che “noi saremmo padroni del nostro destino” ma se un terremoto arriva o un’altra calamità (e forse basta anche molto di meno) facilmente si può ottenere lo stesso risultato o qualcosa di simile un po’ dovunque.
Primo Levi diceva che il male è la sola cosa che può nascere dal nulla: basta non fare e non dire; ma proprio questo sta accadendo all’Aquila. Certo: arrivano aiuti e la quantità di volontari è sconcertante.
Capisco anzi che molti, essendo stati lì volontari una settimana (una settimana è la durata normale per molti corpi di protezione civile), si sentano oltraggiati da quanto scrivo.
Questi volontari hanno la loro parte di ragione, ma devono concedere anche di riconoscere una parte di torto di cui sono – sia pure – in massima parte irresponsabili per le loro personali azioni, ma a cui sono legati, perchè l’ingiustizia è nel sistema cui hanno dato un corpo e un volto (spesso indossando una divisa).
Infatti il terremoto dell’Aquila viene gestito come una crisi quotidiana e questo è devastante quanto il terremoto stesso.
Il terremoto ha distrutto gli edifici e ucciso centinaia di persone, ma la gestione del terremoto mina alla base il concetto stesso di società.
Un volontario non accettava l’idea stessa di un diritto in capo ai terremotati, su questioni fondamentali di libertà. Mi vietò di muovermi dentro e fuori le tendopoli e di consegnare (con l’ausilio tra l’altro dell’azienda municipalizzata aquilana) dei libri, che peraltro il volontario stesso visionò e riconobbe “innocui”, essendo dei classici, dei gialli, dei fumetti di Nick Raider.
Mi diede un motivo che gli dimostrai – con la pacatezza di un avvocato lecchino – infondato e chiuse il discorso dicendo: “il motivo non glielo posso dire. Ma lei non può entrare”.
Gli chiesi allora quale fosse la differenza tra una tendopoli e un campo profughi. Ho visto imbarazzo, ma anche l’ostinata intenzione di non prendere in considerazione il problema.
Si dirà “ma un solo volontario non è un esempio rilevante”. Allora cercherò, dal complesso di questi scritti, di dimostrare come l’atteggiamente fosse palesemente diffuso e sia pure in sfumature più sorridenti.
Ecco in cosa sta il “nulla” che rode l’Aquila: la protezione civile pensa di portare aiuti umanitari, ma questi aiuti finiscono di essere in secondo piano (per non dire strumentali) rispetto ad un controllo di sicurezza pubblica.
Un controllo, peraltro, largamente esagerato, se l’esigenza è di tutelare la sicurezza dei residenti… mentre il discorso cambia se il timore è la libera manifestazione di dissenso nei confronti della gestione che la protezione civile stessa dà alla cosiddetta emergenza (che perdura ormai da oltre 5 mesi).
Detto in altri termini, si dà un cibo (scadente) ed un tetto (di stoffa), ma nello stesso tempo si limitano in maniera incredibile, per uno stato di diritto, le libertà fondamentali.
L’errore è assurdo e gli effetti sono potenzialmente devastanti.
Prima di tutto gli aquilani hanno diritto ad un intervento da parte dello stato: giuridicamente, aver pagato le tasse (come complesso della comunità) implica anche l’assunzione di una assicurazione sociale. Assicurazione di cui ora hanno il diritto di beneficiare.
Può sembrare una qualificazione senza importanza, un sofisma giuridico, ma non lo è.
Anzi è importante capire che non c’è motivo per un aquilano che usufruisce della mensa, di dire “per favore” e “grazie”, più di quanto abbia motivo di dire così chi va alla sua Asl a ritirare gli esami del sangue.
Certamente è giusto e normale dire “Buon giorno, per favore vorrei ritirare gli esami, grazie”, ma è fondamentale ricordarsi bene che tale prestazione non è favore che viene concesso, ma un diritto che si può pretendere. Lo stesso vale per i pasti o per le tende fornite alle persone che subiscono una calamità.
In effetti, in cosa si giustifica l’esistenza di uno stato, se non garantisce i servizi essenziali?
Ma allora, si dirà, lo stato sarà anche obbligato ad aiutare, ma i volontari no.
E’ vero, ma – da un lato – il numero dei “volontari” non pagati è molto più ridotto di quanto non si creda, penso ad esempio ai volontari della croce rossa militare, ma anche ai “volontari” pagati dai comuni, come la mia città (e sul rispetto dei principi di trasparenza e buona amministrazione, nelle procedure specifiche non voglio soffermarmi, ma diciamo in generale che molti “volontari” possono pensare alle catastrofi come ad un’insperata fortuna, come mille euro per studenti normalmente privi di reddito, in cambio di una permanenza estiva).
Dall’altro lato se di volontari c’è bisogno, la “défaillance” non è dei terremotati, ma dello stato. E’ lo stato che non riesce da solo ad onorare i suoi impegni (garantire i servizi essenziali a cinque mesi dal terremoto) e che deve dire grazie.
Mi rendo conto mentre scrivo che questo atteggiamento può sembrare esagerato, ingrato e maleducato.
Però chi mi conosce sa che personalmente non lesino mai un ringraziamento e che il mio piemontese eccesso di cortesia rasenta l’ansiogeno.
Non mi considero neanche una persona ingrata e apprezzo, anche quando di una cosa ho diritto, lo spirito di servizio o di socievolezza di chi ho davanti.
Ma all’Aquila il problema è diverso, perchè, radicalmente, non si sospetta neppure, da parte di molti (sia terremotati che volontari) l’esistenza di un diritto, il fatto che certi servizi e certi beni, semplicemente, non possano essere rifiutati nè alla comunità, nè ai singoli.
Allora tutto diventa un favore.
Ma questo è pericoloso, anzi, pericolosissimo. Perchè, qual è lo stato dove i diritti non esistono ed esistono solo i favori? Lo stato mafioso.
Si è parlato nei mesi scorsi del rischio di infiltrazioni dell’economia mafiosa in Abruzzo per le allettanti commesse della ricostruzione. Ma il pericolo arriva su più fronti e forse il denaro sporco non sarà più pericoloso, per gli aquilani, della mentalità che la protezione civile sta – consapevolmente o meno – importando nelle zone colpite dal terremoto.
Vi sembra che esageri?
Eppure questa è l’essenza della mafia, non la sparatoria: se fosse per le sparatorie, Palermo sarebbe un Eden e questo può vederlo chiunque, ma non contrappongo diritti e favori per caso: faccio riferimento a chi di mafia si occupa da una vita, come don Ciotti, che da tanto insiste con forza su questa necessità, già individuata dal generale Dalla Chiesa: che “lo Stato deve dare ai cittadini come diritto ciò che la mafia dà come favore“.
Mentre Don Ciotti cerca di ottenere questa “rivoluzione” nelle terre da cui origina la mafia, lo stato esporta il modello mafioso in Abruzzo.
Un aneddoto sullo stato di diritto “all’aquilana” dopo il 6 aprile; un giorno ho messo una maglietta di Amnesty International, che diceva “liberi ed eguali in dignità e diritti”: è una citazione dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
Normalmente, direi che l’aspetto più irriverente della maglietta sia la sua chiassosa tinta gialla.
Ma in una tendopoli ti senti polemico a indossare una scritta così, e infatti non c’è voluto molto perchè un’amica mi chiedesse che mi fossi messa in testa.
Mi dice:

Sul regista voglio tornare in un secondo tempo, quando parlerò delle cose del campo che fanno ridere, adesso voglio continuare un po’ con le cose che fanno piangere di rabbia.
Dire che facciamo un favore significa togliere diritti. Lo so che apparentemente conta la sostanza: hanno fame? gli diamo le mense. Hanno freddo? Ci spacchiamo la schiena per montare le tende, per montare le ombreggiature, per portare le stufette.
Ma anche la forma conta e anche la forma è sostanza, in un sistema complesso: perchè, se i diritti diventano favori, i cittadini diventano sudditi.
Perchè, se è un favore che ti faccio (per definizione) non puoi pretendere anche che io agisca in tempi brevi, nè che la qualità del lavoro sia a regola d’arte.
Da questa mancanza di diritti, da questa conseguente mancanza di dialogo (questi “favori” sono troppo calati dall’alto e troppo unilaterali) nasce il male.

[continuerò nei prossimi giorni a spiegare il mio punto di vista]

3 commenti su “All’Aquila e ritorno/2”

  1. Alcune delle cose che racconti, come la limitazione della libertà personale, l’avevo già letta da altre parti. “Il motivo non glielo posso dire. Ma lei non può entrare” è tanto indisponente quanto fuori luogo, e mi ha fatto subito pensare che appena scatta un’emergenza c’è subito qualcuno pronto a infilarsi una divisa o anche solo un cappello per sentirsi importante.

    Ma poi però ci hai raccontato che non si tratta solo dei classici casi singoli, ma di un ben più pericoloso clima generale che di fatto umilia psicologicamente le persone, già profondamente provate da quanto successo.

    Condivido pienamente anche le riflessioni sulla contrapposizione tra diritti e favori.

    Grazie della testimonianza, seguirò con molto interesse anche i prossimi post.

    Un abbraccio, ciao!

  2. beh, intanto complimenti per aver scelto di partire e poi grazie della testimonianza, giusto di “rabbia” si può parlare in certi passaggi che hai sottolineato.
    Guarda hai dato voce a quello che penso, in termini di diritto/favore.
    E’ come quando i parenti di un paziente mi ringraziano calorosamente e a me vengono i brividi perché magari ho dato notizie anche poco buone riguardo la salute del loro caro: basta un po’ di sensibilità e zac! quando, invece “curare e prendersi cura” (come diceva il mio vecchio primario) è il nostro lavoro.

    Un abbraccio, a presto

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