All’Aquila e ritorno

Sono tornata ieri dall’Aquila, dove sono rimasta un paio di settimane.
Voglio provare a raccontare quello che ho visto perchè il silenzio, davanti ad un simile sfacelo sarebbe una complicità, perchè a cinque mesi dal terremoto il disastro è morale, prima che materiale.
So che non riuscirò a dire tutto, nè nel modo migliore, ma avendo la possibilità di provare sento che devo tentare di spiegarmi, meglio che posso.
Avrei voluto scriverre un po’, giorno per giorno, mentre ero lì, ma il primo impatto con una tendopoli è stato un po’ traumatico e poi c’erano così tante cose da fare e stimoli, che ho deciso di aspettare.
Ora vorrei provare a fissare qualche appunto, mentre mi rendo conto che già sto iniziando un nuovo “periodo”: lo shock del ritorno.
Perchè dopo due settimane in cui puoi scegliere tra: la minestra della croce rossa e la carne della croce rossa o la pasta della croce rossa, le file interminabili di yoghurt del supermercato ti sembrano assurdi e anche una beffa. E lo sai che fino ad agosto quella era anche per te la vita normale e che sarà presto di nuovo la quotidianità, nè sai quale sia il giusto mezzo, ma sai solo che così non va.
Allora voglio provare a scrivere qualcosa, mentre già so che la memoria mi sta tradendo.
Sono arrivata il primo settembre e all’inizio ho visto e soprattutto capito poco delle distruzioni: sono andata quasi direttamente a Centi Colella (una delle tendopoli della città) grazie all’aiuto del fantastico Andrea.
Avevo letto sul blog di Arci Gay un invito a collaborare col Bibliobus. Si tratta di questo: poco dopo il sisma del 6 aprile, le ragazze della libreria Einaudi dell’Aquila, pur essendo state colpite direttamente dal sisma, hanno avuto l’idea di creare un servizio per la distribuzione gratuita ed il prestito dei libri. Con questa idea e grazie alla collaborazione dell’Arci Querencia, hanno coinvolto qualche ente e tante persone. Sono seguiti gli appelli della trasmissione radiofonica Fahrenheit e la disponibilità dell’azienda di autobus dell’Aquila, le donazioni di privati e la collaborazione di volontari, giunti da tutt’Italia.
Quando sono partita non avevo un’idea molto precisa, tanto che temevo di dover guidare l’autobus. In realtà ho fatto un po’ di tutto, tranne guidare.
Il primo impatto con la città è stato un albergo di periferia con bar, pieno di gente in uniforme e che dava su un parcheggio un po’ squallido e su una pompa di benzina. E’ questo genere di spazi che si sono salvatti, all’Aquila e l’unico punto di incontro ancora in piedi è un centro commerciale, “L’Aquilone”.
Dopo un po’ che guardavo la statale e l’albergo, è arrivato Andrea, dolcissimo e gentilissimo, come è stato poi sempre. Come ci riesca rimane un mistero.
Mi ha portata a fare un giro intorno al centro dell’Aquila, per darmi un’idea di quello che era successo e ha incominciato a raccontarmi dell’attività che avremmo svolto al campo.

(Nei prossimi giorni continuerò a raccontare)