Eutanasia e diritto a non subire le cure

Sull’appello di Piergiorgio Welby.

Penso che il problema dovrebbe porsi in questi termini: se una persona che è in grado di decidere per sè stessa giudica troppo dolorose le terapie che deve subire per rimanere in vita, perché lo Stato dovrebbe arrogarsi il diritto di imporle quelle cure?

Io odio la morte e mi costa molto accettarla come un male minore, ma non dovremmo imporre agli altri di vivere e di soffrire, per dare a noi la possibilità di riposarci sulle nostre convinzioni, tanto meno dovremmo imporlo ai nostri cari per non soffrire noi.
E’ umano rifiutare la fine della vita, ma forse è proprio affrontando il nostro dolore davanti a queste richieste che possiamo capire quanto dolore susciti l’eutanasia in chi la chiede e davanti alla nostra debolezza possiamo capire la fragilità che ci accomuna, accettare di aiutarli.

L’opinione pubblica, secondo me, dovrebbe schierarsi dalla parte dei più deboli, contro l’ingerenza dello Stato.

Al momento, le pene per chi compie l’eutanasia posso essere molto severe e di conseguenza chi soffre e non vuole più vivere spesso non se la sente di mettere in pericolo altre persone: vive sotto il ricatto di una punizione che altrimenti toccherà ai propri cari.
Oppure decide di farsi aiutare lo stesso e si può solo immaginare con che stato d’animo si possa chiedere a qualcuno di uccidere e di essere un assassino agli occhi della legge.
Una legge, poi, talmente severa e lontana dalla sensibilità comune (almeno da quella che emerge al di là dei dibattiti pubblici) che spesso si fa finta di non vedere o, se un processo si fa, sovente è una gara a trovare il modo di applicare le leggi relative all’eutanasia nel modo più restrittivo per punire e più estensivo per non riconocere la prova dei fatti o per mitigare la pena. Il risultato è che nessuno può prevedere le conseguenze legali che patirà in concreto se aiuterà un malato a suicidarsi o lo ucciderà col suo consenso. Inoltre, così la soluzione è lasciata all’arbitrio della magistratura.

Una legge ad hoc serve e deve riconoscere il diritto del malato a non subire né le cure, né l’agonia.
Io credo che questo diritto sia consacrato dalla Carta Costituzionale, che afferma:

Art. 23

Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge.

Art. 32

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.


Per questa volta, mi dispiace, il post è chiuso ai commenti.
Seguirò il dibattito altrove.

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