Legge Pecorella


La riforma dell’appello (la cosiddetta “legge Pecorella che prevede l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione) ha ottenuto stamane, quattro mesi dopo il sì della Camera, anche il voto definitivo da parte del Senato. Hanno votato a favore i senatori della Cdl, mentre l’opposizione ha votato contro, accusando la maggioranza di essere “servi del loro padrone”. Appresa la notizia, il primo presidente della Cassazione, Nicola Marvulli, si è detto “sbigottito”: “Una simile iniziativa legislativa distrugge la funzione assegnata alla Suprema Corte”.
[…]
“Sui giornali di oggi [ieri, ndi] viene pubblicato un appello rivolto dalla rete dei presidenti delle Supreme Corti di Europa, votato all’unanimità e diretto al governo e al Parlamento italiani” ai quali si chiede “di fermarsi a riflettere su una riforma che provocherà danni terribili a tutta la funzione giudiziaria italiana”.

La replica giunge dal sottosegretario alla Giustizia, Jole Santelli, che parla di “pregiudizi ad personam della sinistra”.


Aggiornamento 20 gennaio:

Il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ha chiesto alle Camere – a norma dell’articolo 74, primo comma, della Costituzione – una nuova deliberazione in ordine alla legge: “Modifiche al Codice di Procedura Penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento”. Lo rende noto un comunicato del Quirinale.

Si tratterebbe di una legge “palesemente incostituzionale“.
Le motivazioni ancora non si conoscono, ma dal riferimento al buon andamento dell’amministrazione e dalle preoccupazioni per la ragionevole durata dei processi, forse la critica è particolarmente incentrato sulla questione dei nuovi poteri (di controllo sul merito) che si volevano dare alla Corte di cassazione e che la stessa Cassazione non vuole.
La butto lì: una sentenza è la valutazione di un affatto alla luce del diritto.
Oggi solo i tribunali del merito valutano i fatti e il diritto.
Quando una decisione arriva in Cassazione, quindi, si dovrebbe discutere solo sull’interpretazione delle norme.
Esempio: se risulta dall’appello che ho sottratto una mela al fruttivendolo, non si può in cassazione discutere se questo fatto sia vero, ma solo se sia stata correttamente applicata la procedura e se il fatto costituisca reato (un difensore potrebbe sostenere, in diritto, che una singola mela non è una “cosa” rilevante ai fini del reato di furto, state il suo scarso valore economico).
La valutazione dei fatti costa moltissimo, anche in termini di tempo e un “terzo grado nel merito” sarebbe un’invasione barbarica negli uffici romani dell’unica Corte di cassazione oggi esistente.
Al di là di altre valutazioni teoriche e sistematiche, si tratterebbe in pratica di una paralisi dei processi, fino ad una probabile prescrizione.
Ecco l’opinione (espressa a dicembre) di Magistratura Democratica.

Aggiornamento: 23 gennaio

Sulla base delle motivazioni ora più compiutamente rese pubbliche, risulterebbe che principalmente il problema è quello che avevo segnalato:

Le modifiche introdotte dalla legge generano un’evidente mutazione delle funzioni di Corte di Cassazione, da giudice di legittimità a giudice di merito, in palese contrasto con quanto stabilito dall’art. 111 della Costituzione

e determinano

sul carico di lavoro della giustizia penale un effetto inflattivo superiore di gran lunga a quello deflattivo derivante dalla sopressione dell’appello delle sentenze di proscioglimento.

Nel complesso:

Il sistema delle impugnazioni può essere ripensato alla luce dei criteri ispiratori del codice vigente dal 1989. Tuttavia il carattere disorganico e asistematico della riforma approvata è proprio ciò che sta alla base delle rilevate palesi incostituzionalità. Una delle finalità della legge avrebbe dovuto essere quella della deflazione del carico di lavoro della giustizia penale. Invece provocherà un insostenibile aggravio di lavoro, con allungamento certo dei tempi del processo .

Quanto poi all’appellabilità da parte del pubblico ministero, il Presidente della Repubblica avverte:

Un’ulteriore incongruenza della nuova legge sta nel fatto che il pubblico ministero totalmente soccombente non può proporre appello, mentre ciò gli è consentito quando la sua soccombenza sia solo parziale, avendo ottenuto una condanna diversa da quella richiesta .

A me sembrano motivazioni logiche e condivisibili, non so capire come un giurista possa, in buona fede, rimanerne “sconcertato”.

Aggiornamento: 3 febbraio


La legge sull’inappellabilità. Per la prima volta il presidente del Consiglio, rispondendo a una precisa domanda del direttore della Stampa Giulio Anselmi, ammette che le norme bocciate dal capo dello Stato sono legate anche a un procedimento che lo riguarda in prima persona.”Sì, a Milano c’è un processo d’appello che tuttavia è chiarissimo. Sono stato assolto in primo grado per non aver commesso il fatto. I fatti sono così chiari che non c’è nessuna possibilità che il verdetto possa essere cambiato dall’appello”.