Gaza val bene una Mitzvah.

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A stento si è spenta l’eco della polemica:

il rilascio di Gaza da parte di Israele è solo un trucchetto di Sharon, una concessione senza valore buona solo a nascondere le nefandezze del Popolo Eletto

o

Israele non ha concesso un bel nulla e i Palestinesi si sono guadagnati questo risultato sul campo di battaglia (sic)?

Ai posteri l’ardua sentenza, a noi non resta che guardare i risultati: Sinagoghe date alle fiamme, terroristi che invocano il We were here first contro il leader eletto, un dirigente politico linciato (e a parte gli scherzi neanche questa è una bella cosa…).

La sensazione è che in Palestina si tengono (forse) libere elezioni, ma lo spirito democratico, inteso come rispetto dei dirirtti umani e delle regole autoimposte, non è ancora entrata nella mentalità diffusa. Stenta a prender piede, ad esempio, l’idea che il governo è di Abu Mazen e agli altri spetta al massimo una responsabile opposizione.
Il timore è forte, non solo perchè le regole vengono sistematicamente violate, ma anche perchè i trasgressori non sono un granchè oggetto di biasimo, a quanto pare. Godono anzi di un certo prestigio.
Talvolta non è neanche chiaro se agiscano con o contro l’ANP.

Tutto questo non lo dico per prendermela coi Palestinesi, che sono, credo, soprattutto vittime delle circostanze.
Me la prendo con l’atteggiamento di molti tra i loro sostenitori perchè si rivelano troppo spesso i loro peggiori nemici (sì, per me, nemici peggiori di Israele).
Infatti, certamente, i Palestinesi ricevono grandi aiuti dall’estero, soprattutto in confronto con quello su cui posson contare Paesi assai più poveri, eppure i risultati che vediamo oggi a Gaza danno un tuffo al cuore e credo suscitino il legittimo timore che questi aiuti non sia sempre concepiti a favore di quelle popolazioni, ma puramente in danno di Israele, col risultato di portare degli esseri umani a distruggere luoghi di culto, a massacrare i civili, galvanizzati da una propaganda che arriva anche da fuori.
In questo senso i soldi dati alle famiglie dei kamikaze non sono che la punta dell’iceberg: nel complesso, molto di ciò che arriva in Palestina, anche sul piano del supporto morale, non è costruttivo per i Palestinesi ed è dannoso per tutti.

Certo ci sono errori e colpe da entrambe le parti, ma oggi si arriva al punto di dover dire che alcune delle più fosche premonizioni degli ultraortodossi stanno diventando realtà. Era davvero doveroso per Israele accettare tutto questo?

Ieri e domani si inseguiranno i protocolli e le risoluzioni.

Ma oggi ci sono le profanazioni e l’eco agghiacciante delle minacce: vi butteremo tutti in mare.

Con che coraggio i Palestinesi pretenderanno di più, se non sanno fare di meglio?
Allora quando incominciamo a pensare a loro non solo come a vittime da aiutare, ma anche come a criminali da punire?
Hanno la cultura e la capacità per rispondere di ciò che fanno.
Ne va anche della loro dignità e della loro salvezza.

Altrimenti dovremo ancora chiederci: i Palestinesi non sanno vincere o non sanno perdere?