Un confronto tra copyright e creative commons

Avevo scritto una risposta (decisamente intempestiva!) a Bru, che un mese fa, su blogitaliani nella discussione “ci son feeds e feeds”, mi chiedeva un confronto fra la tutela garantita dal copyright e quella delle creative commons.
Causa inettitudine informatica, gli rispondo qui.

La risposta è lunga, ma il succo, volendo, è in fondo, dove ho scritto “In breve…”.

Confesso che il problema dei feed non mi è del tutto chiaro, ma sono dell’idea che il mezzo in sè non sia decisivo dal punto di vista giuridico, quantomeno per i primi cenni che mi paiono opportuni per inquadrare la questione.
In un secondo tempo, se questa risposta susciterà domande più specifiche, farò volentieri un approfondimento.

Il problema fondamentale quando si affrontano questi problemi è il pregiudizio che ogni questione sia speciale.
Al contrario (nonostante recenti riforme legislative schizofreniche) il diritto tende a pensare per categorie generali, perchè fonda le proprie regole su valori.

La prima cosa da chiarire quindi è: da un punto di vista giuridico i diritti d’autore tradizionali e le creative commons sono più simili di quanto possa sembrare, nonostante i loro diversi effetti pratici.

Alla base della tutela del diritto d’autore c’è l’esigenza di trovare un equilibrio tra:

1)l’incentivo agli autori, visto come essenziale ai fini dello sviluppo umano e tecnologico
2)la fruibilità delle conoscenze, allargata a tutti gli esseri umani, contro ogni forma di monopolio del sapere

Per favorire gli autori e quindi la ricerca, quanto al punto uno, ad esempio, si è riconosciuto il diritto esclusivo di sfruttamento finanziario dell’opera.
Sotto il secondo aspetto si è limitata la brevettabilità di alcuni tipi di scoperte. Per esempio, i medicinali sono brevettabili nel nostro Paese solo dal ‘79, mentre la legge dei brevetti è del ‘39 e tutti conosciamo le polemiche attuali per i farmaci al Terzo Mondo.
In generale poi gli effetti distorsivi del monopolio su un’idea vengono attenuati attraverso limiti temporali e di modalità dell’esercizio dei diritti connessi.
Per questo ad esempio, è seccante che si proroghino i diritti d’autore di Topolino: non per il ratto in sè, ma per il principio che le idee devono tornare alla comunità e una scadenza alle calende greche è la negazione dei principi che ispirano la legge sui diritti d’autore.

Bisogna poi distinguere: il diritto di autore si acquista per il solo fatto della scoperta/invenzione, mentre il brevetto è il risultato di una procedura (che passa appunto per l’ufficio brevetti!) e che permette da un lato di tutelare meglio i propri diritti, ma dall’altro rende automaticamente di pubblico dominio quanto viene brevettato, affinchè il dialogo tra ricercatori non venga mai troncato, tanto che a volte le industrie non brevettano le proprie scoperte, proprio per mantenere il segreto industriale.

Il diritto d’autore riguarda qualsiasi opera dell’ingegno scientifico, letterario, musicale etc, comunque venga rappresentata (attraverso romanzi, software…).
Invece il brevetto riguarda le sole invenzioni industriali.

Sarebbe certo un sollievo per molti sapere che nè il pregio, nè la legalità dell’opera costituiscono prerequisito essenziale del diritto d’autore: anche il blog di jtheo è protetto in quanto opera di ingegno.
Ciò che è veramente necessario è la novità e l’originalità.
E’ questo, credo, il punto caldo per molti: qual è il limite tra originalità, citazione e plagio?
A volte è molto sottile ed è anche uno degli aspetti più affascinanti della materia, per me.

Cominciamo col dire che il diritto è assai più cauto del sentimento comune.
Un primo esempio: non solo l’opera in sè, ma persino la sua raccolta o il modo in cui è esposta possono presentare canoni di originalità: così una rassegna stampa o una mostra sono a propria volta tutelati.

Chiariamo poi che i “diritti d’autore”, non a caso, sono sovente indicati al plurale, infatti esiste una serie di posizioni giuridiche connesse riferibili a chi crea. In particolare si distiguono:

il diritto morale

il diritto patrimoniale

Il diritto morale è insito nella paternità dell’opera: l’autore può decidere se pubblicare o meno (il cosiddetto diritto di inedito) e se usare uno pseudonimo o il proprio vero nome etc.
A tutela del suo onore, poi, ha diritto di impedire che l’opera venga in qualsiasi modo alterata (da ciò, ad esempio, le note polemiche sulle pubblicità nei film trasmessi in televisione, poi in parte risolte da una normativa ad hoc).
L’autore ha persino il diritto, pur avendo venduto i diritti economici, di far ritirare l’opera, se esistono gravi ragioni morali e previo indennizzo di quelli a cui aveva venduto tali diritti.
Sulla differenza tra indennizzare e risarcire non mi dilungo, dico solo che in pratica il giudice può decidere una somma anche significativamente inferiore al danno economico sofferto da chi stava sfruttando l’opera (per esempio una casa editrice), a dimostrazione del favore che il legislatore ha voluto accordare agli autori.

Bisogna considerare che questi diritti sono inalienabili ed irrinunciabili, perchè posti a tutela dellla personalità.
In altre parole con il riconoscimento dei diritti morali, l’ordinamento mira a tutelare la persona umana in uno dei suoi più nobili e vitali riflessi, nella sua creatività.

Sono quindi diritti di rango costituzionali e riconosciuti anche contro la volontà dell’autore stesso.

Ecco finalmente spiegato perchè le creative commons, pur essendo un’eccezionale passo avanti, si pongono all’interno di questa costruzione legislativa tradizionale (per un’analisi dettagliata, dei riflessi innovativi di queste licenze, un link in francese).
Nessuno di noi, per quanto abbia scelto le creative commons, in qualsiasi variante, può rinunciare ai diritti morali, anzi (ad eccezione della facoltà di ritirare l’opera) tali diritti si trasmettono agli eredi nell’interesse dell’autore e durano fino a settanta anni dalla morte.

Così, che voi abbiate scelto le creative commons o che non abbiate fatto alcuna scelta (così ricadendo automaticamente nella tutela civilistica “di default” del copyright) potreste un domani decidere che è terribile veder leggere certe vostre opinioni di nicchia (in campo politico, religioso, letterario, razziale o chessò) magari dai vostri stessi figli, perchè nel frattempo avete mutato opinione, stracciato la vostra tessera di membro della setta degli strozzamicetti e non volete più che certe sciocchezze possano essere associate a voi o che influenzino altri pazzoidi.
Avrete diritto, di ottenere il ritiro se il giudice riconoscerà la gravità delle ragioni etc.
Non potete, insomma, abdicare ora per allora a questo diritto, con o senza le creative commons, che peraltro giustamente non ci provano neppure a sostenere il contrario.

Inoltre è proprio sulla base della normativa tradizionale che si possono concepire le creative commons e scegliere di far circolare l’opera con o senza attribuzione della paternità e con limiti più o meno ampi (permetto l’uso solo a chi ha la creative come la mia, solo a chi non è commerciale, solo se non modifica l’opera etc) ed è proprio tale normativa che permette di tutelare quei diritti che continuate ad attribuirvi attraverso le creative commons.

Ecco perchè all’inizio della licenza si legge “l’opera è protetta dal diritto d’autore e/o dalle altre leggi applicabili. Ogni altra utilizzazione dell’opera che non sia autorizzata ai sensi della presente licenza o del diritto d’autore è proibita”.
Vedi poi, ad esempio, il punto 4d) della licenza, che tra le restrizioni prevede “Devi riconoscere all’Autore Originale una menzione adeguata rispetto al mezzo di comunicazione o supporto che utilizzi citando il nome (o lo pseudonimo, se del caso) dell’Autore Originale, ove fornito.”

Discorso diverso per i diritti economici, infatti mentre i diritti morali sono diritti assoluti della persona, irrinunciabili e non trasferibili, il diritto patrimoniale è relativo all’opera intellettuale, è funzionale e (quindi) è limitato.

La legge prevede un diritto di esclusiva nell’utilizzazione economica dell’opera a favore dell’autore e cedibile a terzi.

Quindi se non avete scelto le creative commons e qualcuno adopera le vostre opere, vi deve dei soldi.
Trattandosi, per l’appunto, solo di soldi, la legge non ritiene di imporvi alcunchè e quindi potete rinunciare a questi diritti.

Uno degli aspetti principali delle creative commons è la scelta di far usare le proprie opere senza pretendere un compenso.
Questo oltretutto permette di eliminare tante di quelle grane pratiche del tipo “come pago il fotografo coreano e come si fa per le tasse” che metà basterebbero.

Le creative commons insomma si pongono all’interno della legge tradizionale che, per semplificare dice: se produci un’opera (sia pure un disegno infantile), a quell’opera si imputano dei diritti.
Alcuni te li tieni e non puoi modificarli, altri sono previsti per il caso che tu non abbia preso posizone in merito, ma se vuoi puoi in parte modificarli o rinunciare.

Le creative commons, per quello che capisco, sono dichiarazioni unilaterali di ogni “licenziante” con le quali si modificano le opzioni di default rinunciando a certe facoltà ed attenuando certe prerogative in favore di chi accetta le condizioni (attribuzione etc) previste nella licenza.

Ecco perchè i promotori si propongono come una alternativa al “full copyright”.

Non hanno elaborato nulla più che forme standardizzate di licenza coerenti con la legge sul diritto di autori. Licenze assai ben fatte e utili, tanto più che la loro immediatezza e l’abilità di inserirle armonicamente nel contesto giuridico nazionale ed internazionale permette una fruibilità enorme.
Si tratta di un impegno e di uno sforzo intellettuale notevole, ma non di un sistema contrapposto a quello tradizionale. Anche perchè ciò sarebbe impossibile, data la parziale rigidità delle norme sul diritto d’autore.

In breve: la risposta alla tua domanda è che, se i vostri diritti di copyright o di “copyright limitato mediante creative commons” vengono lesi, la tutela è la stessa, proviene dalle stesse leggi ed include strumenti di natura civilistica (tra l’altro mediante inibitoria, sanzioni, risarcimento del danno), amministrativa e penalistica.

Quando capita di subire una lesione dei diritti in generale, la cosa migliore da fare è prendere contatto coi responsabili e spiegare che devono smettere, dando un congruo termine perchè cessino l’attività dannosa. Successivamente, se non ottemperano, puoi agire in giudizio.
Se invece esiste una particolare urgenza, puoi adire il tribunale senza cercare un previo dialogo con chi ti sta danneggiando.
Però occhio che la via rapida è una scelta processuale rischiosa: come minimo, se non hai concesso un termine prima di iniziare la lite giudiziaria, potresti vincere la causa, ma non vederti riconosciute le spese processuali. Ciò accade se il giudice ritiene fondata la tua richiesta (ad es. di inibitoria) perchè riscontra una lesione, ma infondata l’urgenza. Dare un avvertimento prima di dichiarare una guerra giudiziaria è buona norma di vita e di risparmio economico, per te e per i contribuenti che pagano il funzionamento del sistema delle corti.
Ciò che cambia, col copyright tradizionale rispetto alle creative commons è solo l’estensione dei diritti tutelati. Infatti, abbiamo visto più sopra che le leggi a tutela sono le stesse.
Siccome tu hai rinunciato, con le creative commons, ad aver un vantaggio patrimoniale, non puoi chiedere denaro a chi ha utilizzato il tuo lavoro, mentre chi ha un “full-copyright” può.
Chiunque, però, per il fatto solo di aver prodotto un’opera intellettuale, ha diritto al rispetto, ad esempio, del suo diritto a vedersi riconosciuto il merito.
Quindi per l’inibitoria del plagio siete tutelati tutti e tuttti potete lamentare un danno risarcibile.
Va poi detto che anche le opere protette da copyright hanno una tutela parzialmente limitata
, in funzione della necessità di creare quel dialogo che è alla base del progresso della civiltà.
Quindi esistono usi comunque legittimi: se sul mio blog scrivessi che, “esco di casa in fretta e furia. Rotolo giù dalle scale balzando di mezza rampa in mezza rampa…” ed aggiungessi che sono parole tue non c’è diritto d’autore che tenga: io ho diritto di farlo, come ho diritto di passeggiare canticchiando “Ma le fragole lo sai! Col limone tu lo sai! Fanno male-male-male senza amore!” e Luca Carboni potrebbe eccepire che la mia esecuzione ed il mio stesso intento sono ingiuriosi, non che l’uso di qualche parola, pur da lui concepita, sia automaticamente un plagio.
Le citazioni, insomma, sono lecite sempre, nei limiti in cui la citazione è fatta correttamente: non si può “citare” un intero articolo, ma se ne può dare conto riassumendolo, commentandolo e riportando qualche passo che si ritiene particolarmente utile o significativo, sempre ricordando di dire chi è l’autore e, se possibile, dove reperire per intero quell’opera. Qui davvero il diritto coincide con la buona educazione, direi!

Un’ultima cosa: vale il principio giuridico che “la buona fede si presume”. Ossia bisogna partire dal presupposto che non c’è malizia nel prossimo. Le nostre idee spesso non sono poi così tanto originali, magari sono nuove (nel senso che non erano state pensate fino alla settimana prima), ma un evento può suscitare la stessa idea o la stessa battuta contemporaneamente a più persone.
Cito un caso personale: il giorno dei referendum ho avuto la pensata di molestare alcuni incauti che mi avevano dato il loro numero di cellulare per invitarli al voto.
In quella che mi è parsa una ispirazione geniale ho scritto “ricordati che devi votare”. Giorni dopo capito sul blog del Mullah e vedo, sopra alla Madonna che dice sì alla fecondazione eterologa, la stessa scritta.
In realtà ero già stata lì prima del referendum eppure non mi sembrava di averla notata. Subconscio? Tontaggine?
Ora ho fatto una breve ricerca su Google e sembra che una decina di siti, tra i quali alcuni blog, abbiano usato la stessa frase senza citare il Mullah. E’ difficile dire chi abbia ispirato chi o se non sia nata spontaneamente da più persone.
Questo vale anche per frasi ed idee più complesse, tanto più quando le parole non sono esattamente le identiche.
Anche qui vale il principio di non offendere gli altri e di non offendersi troppo facilmente.

Così, bom spero di aver risposto alla tua domanda.
Fammi sapere!

8)

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3 commenti su “Un confronto tra copyright e creative commons”

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